C’era una notte un giovane barbuto, capelli lunghi, uno e novanta, novanta chili, che stava assistendo la propria madre in ospedale. Alle ventitre e quaranta aveva proprio bisogno di un caffè e si dirigeva quindi nel silenzio e buio dei corridoi esterni del fabbricato verso l’ala dei distributori automatici. La porta era sempre stata aperta nel transito per i precedenti quindici caffè ma questa volta un sordo clack avvertiva il nostro dell’attesa necessaria: un’anima pia avrebbe dovuto avere il buon cuore di spingere il maniglione antipanico, sbloccare la porta e liberare la strada che lo avrebbe portato all’agognato nettare nero. Neanche qualche secondo, giusto il tempo di percepire lo sportello di un’utilitaria chiudersi stizzosamente; dall’altra parte del vetro, in lontananza, una figura femminile in camice blu si avvicina al distributore automatico in fondo al corridoio intenta a scegliere attentamente la sua consumazione. Il ritmico ticchettio sull’ostacolo di vetro che l’assonnato figuro produceva attirò l’attenzione della nervosa sbattitrice di portiere la quale si avvicinò e con destrezza affilò la sua lingua contro il palato producendo un suono simile a “dove si entra?”. Incredulo della sforbiciata ricevuta alle spalle l’apparente energumeno si rese conto del suo ruolo in quella storia: si girò e vide una tarchiata, platinata e griffata ippopotama di mezz’età che – tenendo le debite distanze e senza guardarlo in faccia – cercava un varco per toccare la maniglia, quasi come le servisse per rendersi conto di trovarsi davvero sola con quel gigante nero, lontana dalla luce, da altri esseri umani, dalla salvezza. L’imbarazzo per l’essere passato in un istante da semplice avventore di distributore automatico a potenziale mostro maniaco omicida stupratore in crisi d’astinenza che si staccava le unghie sulla porta in cerca di una dose di metadone suscitò nel giovane uomo una pletora di pensieri che si concretizzarono nel più semplice dei gesti: si voltò di nuovo verso l’impenetrabile barriera trasparente. Vide che una seconda macchia blu aveva raggiunto la prima e insieme si erano voltate per capire cosa stesse succedendo. Continuando a ticchettare disse (ormai fuori tempo e con la voce più gentile di cui fosse capace): “da qui. è tutto il giorno che prendo caffè a quel distributore ma ora la porta è chiusa”. Le macchiette in fondo al corridoio sgranavano gli occhi ma non si avvicinavano; sporsero contemporaneamente il busto in avanti ma tenendo i piedi fermi, ben saldi a terra. Con gesto convulso, come quello di una gazzella che scodando e derapando tenta disperatamente di non diventare la portata principale del ghepardo che la insegue sbavando, la tarchiatella sguisciò tra l’incredulo sonnecchiante panda e la porta di quella invisibile gabbia. Sbattendo i pugni sul vetro spronò le sue beniamine a scollare finalmente le suole dal linoleum e apprestarsi a salvarla. La preda, ormai scampata al pericolo mortale, attese che le salvatrici fossero a ridosso della porta per tranquillizzare e contemporaneamente ammonire il suo aguzzino con cinque veloci e tremolanti suoni: “forse hanno visto una donna…”. Nel decimo di secondo successivo balenarono molti finali per quella frase nell’annebbiata mente dell’ignaro cattivo di questa breve ma intensa vicenda: “… che era in pericolo di vita e sono venute a salvarla”, “… e per spirito di solidarietà femminile le hanno concesso il privilegio di scampare a morte certa”, “… e si sono tranquillizzate che non le avresti stuprate, fatte a pezzi e sciolte nell’acido”. Ma quella frase non finì mai. Venne bruscamente interrotta dal severo rimprovero della puffetta più alta che indicando la piccola porta laterale disse: “quella è aperta, non vedete?”. Il senso di costernazione e di disorientamento rinvenì il malcapitato avventore che, alla fine, optò per una coppia di tramezzini funghi e speck.